Novità di inizio anno: svolta nel negoziato sulla TTF europea?

Il 2014 si è chiuso con un nulla di fatto. L’accordo sulla prima fase di implementazione della tassa europea sulle transazioni finanziarie (TTF) non è stato ancora raggiunto. I primi due mesi del 2015 hanno tuttavia riservato delle sorprese. Un’apertura inaspettata da parte della Francia fa prospettare un’uscita dall’impasse nel negoziato a 11.

 

 

Il negoziato sulla TTF europea compie due anni. Pochi giorni fa il negoziato tra 11 Paesi europei (Italia, Francia, Germania, Spagna, Austria, Belgio, Slovenia, Slovacchia, Grecia, Portogallo ed Estonia) per l’introduzione di una comune tassa sulle transazioni finanziarie ha festeggiato il suo secondo compleanno.

Era il 14 Febbraio del 2013 quando l’allora Commissario europeo alla fiscalità Algirdas Semeta presentò agli 11 paesi della cooperazione rafforzata una bozza di direttiva con le linee guida tecniche per una TTF regionale dall’architettura estremamente solida. Un’ampia base imponibile, basse aliquote e dei principi di applicazione che rendessero la misura fiscale di difficile evasione. Un testo di partenza per i lavori negoziali che combinava oculatamente gli aspetti (anti-speculazione) di regolamentazione finanziaria incorporati nell’imposta assieme al suo potenziale fiscale (34 miliardi di euro all’anno il gettito stimato dai tecnici della Commissione UE per gli 11 paesi). 

Da allora sono trascorsi due anni. Due anni di flebili accelerazioni, frequenti stalli seguiti da tiepide ripartenze dei lavori negoziali.

 

 

L’anno della svolta…mancata. L’anno che ci siamo lasciati alle spalle sembrava poter rappresentare una pietra miliare nel travagliato iter di una misura fiscale che guadagna crescente popolarità presso i cittadini e le organizzazioni della società civile che la sostengono con convinzione su tutto lo scacchiere continentale.

Il 6 maggio scorso, a pochi giorni dalle elezioni europee, dieci degli 11 ministri delle finanze della cooperazione rafforzata in un rarissimo pronunciamento pubblico assumevano infatti solennemente l’impegno di consolidare un accordo entro la fine dell’anno sul disegno della TTF europea da applicare alla compravendita sui mercati regolamentati e over the counter di azioni e “alcuni strumenti derivati”, da implementare al più tardi a partire dal 1 gennaio 2016.

Un annuncio dai contorni poco nitidi, come “denunciato dalla nostra campagna ”, vista la mancanza di espliciti riferimenti ai fondamentali aspetti tecnici della misura fiscale in fase di negoziazione. Dettagli insufficienti per poter oggettivamente valutare le intenzioni dei governi di mantenere in piedi la solida architettura della TTF elaborata dalla Commissione europea oppure di retrocedere e puntare al ribasso, annacquandone il disegno e riducendone la portata.   

Si è trattato tuttavia di un segnale importante - lanciato a riflettori e microfoni accesi - sotto il profilo di un’apparente volontà politica di arrivare alla conclusione dei lavori, un segnale con cui si definivano una road map per i mesi a venire e una scadenza temporale per l’annuncio di un accordo tanto atteso.

  

9 dicembre 2014, il giorno dell’ultimo vertice ECOFIN dell’anno, a guida italiana, diventava così l’ultima data utile nel calendario istituzionale europeo in cui prospettare la chiusura del negoziato sull’architettura della prima fase di implementazione della tassa sulle transazioni finanziarie.

E a dicembre un annuncio da parte degli 11 è davvero arrivato, ma nella realtà si è trattato di una laconica presa d’atto di come le delegazioni negoziali non siano riuscite a emergere dall’impasse e a trovare la quadra. Un nulla di fatto, qualche modesto progresso, tante grazie, le negoziazioni riprenderanno a inizio anno.

 

 

Il negoziato nel 2014 sotto la Presidenza italiana. Fra maggio e dicembre i round negoziali erano ritornati al consueto formato, con incontri a margine dei vertici istituzionali europei e sporadici contatti bilaterali, a porte chiuse, nel più assoluto riserbo.  In estate il coordinamento del tavolo negoziale è passato dalla Grecia all’Italia, alla guida dal 1 luglio della Presidenza di turno dell’UE, un impegno gravoso, reso complicato secondo le indiscrezioni recepite dalla campagne europee, dalle pesanti intromissioni e pressioni delle lobby finanziarie sui governi dei paesi coinvolti, da una disomogeneità nel livello di competenze tecniche delle delegazioni e dalla difficoltà di coinvolgere tempestivamente il più alto livello politico (ministri delle finanze e capi di Stato e di Governo) nei tanti momenti di stallo negoziale tra i tecnici ministeriali.

 

Il nostro governo ha scelto di mantenere un profilo super partes e inclusivo nei lavori, favorendo la partecipazione dei paesi UE non aderenti alla cooperazione rafforzata e mostrandosi alla ricerca del più ampio consenso possibile. Pur ritenuto importante, il dossier sulla TTF europea non ha tuttavia rappresentato una priorità per la Presidenza italiana. Poche laconiche dichiarazioni di carattere generale da parte del Ministro Padoan in avvio del semestre italiano, nessun accenno alla misura fiscale da parte del Presidente del Consiglio Renzi nel corso dell’intero periodo di Presidenza. Un atteggiamento di chiusura e vaghezza attestato anche dalla genericità delle risposte del governo all’interrogazione parlamentare in Commissione Finanze alla Camera promossa a fine ottobre dalla campagna ZeroZeroCinque e presentata dall’On. Paglia.

Ma quali sono i punti di convergenza effettivamente raggiunti? E cosa ha impedito il consolidamento di un accordo?

 

 

Stato d’arte al 9 Dicembre. Le informazioni raccolte dalle campagne europee hanno permesso di scattare la seguente istantanea, datata 9 dicembre.

 

TTF europea sulle azioni: un accordo di massima sugli asset finanziari assimilabili alle azioni (e dunque intercettati dalla “TTF azionaria”) è stato raggiunto, mentre la discussione resta apertissima ed estremamente polarizzata sul principio di applicazione dell’imposta.

Due le opzioni sul tavolo negoziale: secondo la prima opzione (ben vista dall’Italia, Francia e Spagna) la base imponibile azionaria della misura fiscale andrebbe definita ricorrendo al  principio di emissione dello strumento (come per le TTF francese e italiana); la tassa sulle azioni intercetterebbe dunque esclusivamente le azioni emesse dalle entità residenti nella tax area a 11, indipendentemente dal luogo/mercato in cui avviene la compravendita. La seconda opzione (cardine della proposta di partenza della Commissione Europea sostenuta dalla Germania e dagli altri Stati Membri, di più piccole dimensioni, aderenti alla cooperazione rafforzata) prevede che la base imponibile azionaria venga stabilita mediante ricorso al principio di residenza (rafforzato dal principio della controparte) dell’istituzione finanziaria/operatore. In base a tale principio, qualunque transazione in strumenti assimilabili alle azioni è passibile di imposta, indipendentemente dal luogo/mercato in cui avviene la compravendita e dal soggetto che ha emesso il titolo, se una delle due controparti nella transazione è residente nella tax area o opera per conto di un residente nella tax area oppure è una filiale di una istituzione residente nella giurisdizione fiscale a 11.

La combinazione del principio di residenza (prevalente), affiancato a quello di emissione, garantirebbe la più ampia copertura al pagamento della TTF e ridurrebbe il rischio di rilocazione degli operatori ed evasione dell’imposta .

Le delegazioni negoziali hanno affrontato solo sommariamente la questioni delle aliquote con la proposta della Commissione europea di un’aliquota dello 0.1% su ogni compravendita azionaria ancora sul tavolo.

 

TTF europea sui derivati: la definizione delle classi di strumenti derivati da assoggettare a tassazione ha costituito uno dei punti dolenti del negoziato. Nessuna convergenza per la forte resistenza, perdurata per tutto lo scorso autunno, da parte del Ministero delle Finanze francese, supportato dal Ministero delle Finanze iberico. Il dibattito si è arenato sulle tipologie di derivati cui applicare la TTF, mentre le aliquote, il valore di un derivato e i principi di applicazione della tassa sui derivati non sono ancora entrati nel perimetro negoziale.

 

Allocazione del gettito della TTF europea: la destinazione delle entrate della TTF europea non è stata ancora oggetto di discussione nel corso dei round negoziali autunnali. Le persistenti divergenze sull’architettura dell’imposta hanno di fatto portato le delegazioni e la Presidenza italiana ad evitare di affrontare la questione del gettito che avrebbe potuto, nella visione dei negoziatori, ostacolare ulteriormente i flebili progressi negoziali.

 

Il freno a mano francese. La Francia porta sulle spalle le responsabilità maggiori per il mancato raggiungimento dell’accordo nel 2014. Il Ministero delle Finanze francese, nel silenzio complice dell’Eliseo, si è schierato contro la tassazione dei derivati, mostrando un’apertura solo sui credit default swaps (passati tristemente alla ribalta all’apice della crisi finanziaria) che tuttavia costituiscono un segmento estremamente ridotto del mercato dei derivati su cui la finanza francese in fermento potrebbe essere anche disposta a delle concessioni. Ben diverso è il discorso relativo ai derivati azionari (equity derivatives). BNP Parisbas e Societe Generale sono dei leader continentali in questo comparto e il governo francese ha ceduto alle minacce dei due grandi istituti di credito di spostare le proprie divisioni di trading nella City londinese e di rivedere gli accordi (tutt’altro che pubblici) con il governo per la compartecipazione all’acquisto della borsa parigina. Una chiusura a oltranza, quella francese, un’opposizione sferzante persino all’opzionalità per gli altri paesi del negoziato di tassare questi strumenti, qualora lo ritenessero opportuno, nonché all’eventualità di introdurre la TTF sui derivati azionari con un tasso provvisoriamente nullo. 

Le divergenze di vedute e il dissapore per la chiusura francese hanno seriamente minacciato di affossare il negoziato. Il pericolo di vedere implodere la cooperazione rafforzata è stato scongiurato con la decisione di limitarsi all’ECOFIN del 9 dicembre ad annunciare con la massima generalità i (pochissimi) punti su cui sono stati registrati dei passi in avanti, impegnandosi a proseguire ancora nelle trattative per arrivare a una soluzione di compromesso accettabile per tutti.   

 

 

L’inattesa novità del 2015. In uno scenario di veti incrociati e una reale mancanza di disponibilità a scendere a compromessi, l’uscita dall’impasse negoziale sembrava allontanarsi.

Ma un’imprevedibile inversione di rotta da parte della Francia a inizio 2015 sembra aver ridato nuove prospettive alle sorti della TTF europea.

A metà dicembre 140 deputati socialisti dell’Assemblea Nazionale (tra cui l’ex primo ministro Jean-Marc Ayrault) hanno invitato con una lettera pubblica il primo ministro  Manuel Valls a rivedere il posizionamento sulla TTF dell’esecutivo francese, ricordando fra l’altro l’impegno elettorale (2012) del presidente Hollande di sostenere un’imposta dall’impianto solido e ambizioso.

Chiamato indirettamente in causa dalla propria base parlamentare e dal pressing mediatico alimentato dalla campagna francese, Hollande, silente sul tema per tutto il semestre italiano, ha reagito il 5 Gennaio nel corso di un’intervista radiofonica alla radio France Inter. La dichiarazione del titolare dell’Eliseo rappresenta un incredibile quanto impensabile cambiamento di verso. Hollande ha riconosciuto le responsabilità francesi nello stallo negoziale e ha dichiarato di aver dato mandato al suo Ministro delle Finanze Michel Sapin a convocare una riunione delle 11 delegazioni negoziali per presentare la “nuova posizione” francese. Apertura alla tassazione della più ampia classe di derivati possibile, seppure con tassi più bassi rispetto alla proposta della Commissione.  Tassa da implementare nel 2016 o al più tardi nel 2017. Destinazione di parte del gettito per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Le parole di Hollande non sono rimaste disattese. Il 22 gennaio i ministri delle finanze francese M. Sapin e austriaco H. J. Schelling hanno inviato una lettera ai 9 partner negoziali (tra cui il nostro P. C. Padoan) con una proposta di compromesso per il rilancio del negoziato. A margine del vertice ECOFIN del 27 gennaio gli 11 ministri delle Finanze della cooperazione rafforzato hanno preso atto del cambiamento del contesto e dello sblocco dei lavori, assegnando informalmente all’Austria il ruolo di coordinamento politico e al Portogallo quello di coordinamento tecnico dei lavori. La trattativa sui derivati (in particolare sulla definizione delle aliquote) è ripartita e il traguardo di implementazione sembra ancora oggi dato dal 1 Gennaio 2016. Al momento le delegazioni puntano ad un’unica fase di implementazione della misura fiscale (a differenza di un approccio graduale, per fasi successive, immaginato nel corso del 2014) con una possibile revisione del disegno della tassa dopo un periodo di valutazione dei suoi impatti sui diversi segmenti del mercato. Interessanti prospettive anche sul versante dell’allocazione del gettito. La Francia sembra intenzionata a proporre a breve ai partner tedeschi la sottoscrizione di un impegno congiunto sulla destinazione degli introiti della TTF – in via prioritaria per il contrasto ai cambiamenti climatici – da presentare agli altri partner per favorire l’apertura di un negoziato a 11 (parallelo a quello sull’architettura dell’imposta) che porti a un accordo comune sull’uso dei proventi fiscali della tassa.

 

 

Il fermento  delle lobby finanziarie.  L’inattesa ripartenza del negoziato ha messo in subbuglio gli ambienti finanziari continentali. Prese quasi in contropiede, le maggiori federazioni bancarie del vecchio continente hanno inviato a fine gennaio una lettera rivolta a tutti e 28 i ministri delle finanze dell'UE per rallentare i lavori negoziali. Un tentativo di pressione portato avanti con argomenti datati a cui le campagne europee hanno da tempo risposto con convinzione. Anche il più longevo e influente business lobbying group europeo, Business Europe, ha deciso di intervenire a gamba tesa, dopo un analogo tentativo perpetrato a novembre 2014  – intercettato e contrastato pubblicamente dalle Robin Hood Tax Campaigns di esercitare pressione sul primo Vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans. Le crescenti e manifeste ingerenze delle lobby della finanza, se da una parte preoccupano e vanno denunciate con forza, dall’altra rappresentano un segnale di ritorno delle discussioni negoziali verso posizioni tecniche più ambiziose.

 

 

Vigilanza civica. La Campagna ZeroZeroCinque e le Robin Hood Tax Campaigns europee vigileranno sui lavori negoziali destinati verosimilmente a intensificarsi nei mesi primaverili. Le scelte sull’architettura della TTF europea che sosteniamo con decisione e che assieme a tanti cittadini chiediamo di appoggiare agli 11 governi del negoziato riguardano in primo luogo il ricorso al principio di residenza per la tassazione delle transazioni azionarie/obbligazionarie e la reale inclusione della più ampia classe di derivati possibili nella base imponibile dell’imposta con aliquote seppur “di compromesso” ma non prossime allo zero. Seguiremo costantemente anche gli sviluppi della possibile apertura del negoziato sull’allocazione del gettito che la nostra campagna chiede di destinare imprescindibilmente  a vantaggio della collettività. Un “tesoretto” da utilizzare in parte per tangibili misure di lotta alla povertà e di riduzione delle preoccupanti diseguaglianze socio-economiche che contraddistinguono sempre più drammaticamente le nostre società, Italia inclusa, e in parte per sostenere a livello internazionale programmi di cooperazione allo sviluppo e di contrasto ai cambiamenti climatici. 

Chiediamo a tutti di sostenerci. È una battaglia che riguarda tutti noi e che si svolge su un campo dove fin troppo spesso i governanti preferiscono muoversi con ingiustificabile lentezza e cautela, con un orecchio prestato agli interessi di parte del settore da riformare, lontano dallo scrutinio dell’opinione pubblica. In questo, i decisori politici sono d’altronde facilitati da un’estrema ritrosia dei media nazionali a far sì che riacquisti centralità nel dibattito pubblico il tema di un’onnicomprensiva riforma dell’ipertrofico settore finanziario, di quei mercati la cui avidità di “far soldi dai soldi” ha sempre più spesso gravi ripercussioni sulla nostra vita quotidiana. Una solida TTF europea rappresenta un primo passo nella giusta direzione. E non smetteremo di far arrivare la nostra voce a chi, nei palazzi istituzionali, sembra sottovalutarne la portata.

 
 

 

 
 

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Giovedì, 25 Agosto 2016 12:21

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